Il diritto che non ho
Oggi è la giornata mondiale del diritto d'autore. In Italia festeggiamo qualcosa che esiste, di fatto, solo sulla carta.
Qualche giorno fa ho letto una notizia dalla Francia che mi ha colpita.
Centinaia di scrittori ed editori hanno protestato contro la casa editrice Grasset. Più di cento autori hanno lasciato il catalogo volontariamente, di propria iniziativa. Non per un contratto migliore altrove o per un anticipo più alto, ma per un fatto incontrovertibile: il proprietario, Vincent Bolloré, miliardario ultraconservatore, aveva fatto fuori Olivier Nora, il direttore editoriale da 26 anni, e loro non ci sono stati. Troppo comodo restare sul catalogo di chi porta avanti certe idee. Quindi se ne sono andati.
La prima cosa che ho pensato, leggendo, non è stata “complimenti per il coraggio”. La prima cosa che ho pensato è stata: “beati loro che possono farlo, perché hanno le spalle coperte”. Sintomo chiaro che qualcosa (qui) non va.
Oggi, 23 aprile, è la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.
Nel mio mondo ideale sarebbe una giornata in cui mi sveglio e penso: sì, il lavoro che faccio è riconosciuto. Esiste un sistema che lo protegge. Posso permettermi di essere una scrittrice in questo paese, non solo nel senso romantico della cosa, ma nel senso concreto: pagare l’affitto e avere tempo per scrivere, se necessario permettermi anche di fare una scelta scomoda senza che questa mi costi la vita economica.
Nel mondo reale mi sveglio e penso a tutt’altro, perché vedo (e vivo) tutt’altro.
Le spalle coperte non sono un optional
Per fare quello che hanno fatto gli scrittori di Grasset (rinunciare a un editore, a un catalogo, a vendite e visibilità) devi avere qualcosa su cui appoggiarti. In Francia quello qualcosa esiste, e non è magia: è politica culturale.
Il Centre National du Livre eroga borse da 3.500 a 28.000 euro per progetto, pensate esattamente per dare tempo (tempo per scrivere e per non dover fare altro mentre scrivi). Le regioni finanziano residenze con alloggio e compenso. La Société des gens de lettres invece è un’associazione di autori gestita dagli autori, che opera per difendere il diritto morale, gli interessi patrimoniali e lo statuto giuridico e sociale di tutti i letterati. Offre assistenza legale e aiuti sociali. I libri scontano un’IVA del 2,1%. Le presentazioni, i festival e gli eventi firmacopie vengono ricompensati.
Non è il paradiso, certo che no, ma c’è una rete. E quando c’è una rete, puoi permetterti di cadere. Puoi permetterti, ogni tanto, di dire no.
In Italia, come si dice, ti scazzi.
I numeri non sono opinioni
Conosco già la risposta standard a queste obiezioni: i soliti italiani frignoni che si lamentano che all’estero stanno sempre meglio di loro. Gne gne gne.
Ma i numeri sono numeri, e su questo non c’è dubbio.
Prendiamo il diritto d’autore nella sua accezione più concreta: il contratto. Tralasciamo borse e sussidi, e concentriamoci proprio sui diritti contrattuali di base di chi scrive un libro e lo consegna a un editore.
In Francia il contratto tipo prevede rendiconto annuale dettagliato, sezione separata per il digitale, nessuna compensazione automatica tra titoli diversi (cioè se il tuo secondo libro vende poco, l’editore non può usarlo per azzerare quello che ti deve sul primo). E se l’editore non rende i conti, il contratto può risolversi di diritto (in teoria anche qui, ma ci sono le spese d’avvocato a tuo carico… non aggiungo altro).
In Germania esiste qualcosa che si chiama bestseller paragraph: se hai firmato male ma il libro sfonda, la legge ti dà gli strumenti per rinegoziare. Non è una gentilezza dell’editore, ma un diritto dal 2002. Nei Paesi Bassi i model contract fissano principi chiari sull’anticipo non recuperabile e sulla trasparenza dei dati di vendita. In Spagna la legge obbliga l’editore a consegnare ogni anno un certificato con i dati su tiratura, distribuzione e giacenze, e l’autore può chiedere i giustificativi.
In Italia tutto questo è più vago, più lasciato alla negoziazione, più dipendente da quanto pesi nel rapporto di forza individuale. In alcuni casi, persino più “creativo” (per non dire fallace). Nessuna percentuale di royalty standard. Nessun benchmark pubblico sull’anticipo. Nessuna clausola automatica per i casi in cui il libro va bene oltre le aspettative. Nessun modello contrattuale forte e diffuso come in Olanda.
Tutto ciò va al di là di una semplice opinione. È il quadro comparato europeo.
Cosa vuol dire, in pratica
Vuol dire che quando firmi un contratto, spesso non sai davvero cosa stai firmando. Non certo per ingenuità, ma perché il sistema non ti dà gli strumenti per saperlo, e non li dà neanche a chi ti siede davanti.
Vuol dire che se il tuo libro vende molto più del previsto, non hai quasi nessun meccanismo automatico per scoprirlo e correggerlo. Dipende dalla buona volontà, dall’onestà, dal rapporto umano con l’editore. Che a volte c’è. Ma non dovrebbe essere una questione di fortuna.
Vuol dire che l’anticipo (quella somma iniziale che ti permette di avere tempo, di non fare tre cose insieme per pagare le bollette mentre scrivi) dipende interamente da quanto conti, da quanto ti vogliono, da quanto hai voglia e forza di litigare.
E vuol dire, soprattutto, che fare lo scrittore o la scrittrice senza un altro lavoro, senza qualcuno che porta a casa uno stipendio, senza una famiglia che ti regge, è una scommessa che il sistema non ti aiuta a reggere. Non è strutturato per questo. Non c’è nessuna legge che ti tutela davvero. Vai avanti per fortuna, ogni tanto. Vai avanti per tenacia, spesso. Ma non per diritto.
Tornando a Grasset
Quegli scrittori francesi hanno fatto una cosa bella. Hanno dichiarato e dimostrato che ci sono valori che valgono più di un contratto. L’autonomia intellettuale, la distanza da certe derive, la dignità di non essere nel catalogo di chi finanzia idee che non condividi.
E hanno potuto dirlo anche perché il sistema in cui vivono (magari imperfetto, comunque insufficiente, ma almeno esistente) rende quel gesto meno suicida di quanto sarebbe qui.
In Italia lo stesso gesto costerebbe di più. Non è impossibile: ci sono scrittrici e scrittori coraggiosi, ci sono realtà che cercano e provano a fare rete davvero, ci sono stati atti di resistenza anche qui, e continueranno a esserci. Ma il costo è asimmetrico. E l’asimmetria non è un destino: è una scelta che qualcuno ha fatto, e continua a fare, ogni volta che non si finanziano le borse di studio, non si aggiornano i contratti tipo, non si costruisce quello che gli altri paesi hanno già costruito.
Oggi, però, ho deciso di festeggiare comunque il diritto d’autore e soprattutto i libri. Perché ci credo, nel senso pieno della parola. Credo che il lavoro creativo abbia dignità economica e non solo simbolica. Credo che chi scrive abbia il diritto di essere pagato in modo trasparente, di sapere quante copie ha venduto, di non dipendere dalla fortuna, dalla buona volontà o dall’onestà di chi gli sta davanti.
Il coraggio non dovrebbe essere un privilegio di chi ha le spalle coperte.
E il diritto d’autore non dovrebbe essere solo un bel diritto che resta sulla carta.
Buon 23 aprile a chi scrive e crea mondi, buon 23 aprile a chi legge e li rende possibili.


